Il lavoro con i bambini autistici

Il bambino autistico spesso non parla, è stato chiamato “sordo d’anima”, ma […] non può fare a meno dell’Altro. Come fare allora in modo che l’autistico ne includa la presenza nel suo mondo? Il muro è più permeabile di quello che sembra. Come scopriamo quando ci affianchiamo al soggetto per aiutarlo a realizzare una sorta di fort/da (1) artificiale, a partire dal lavoro in cui è già implicato e non si stanca di ripetere. Le due palline di colore diverso a cui il bambino imprime un movimento alternato, la forchetta che batte ritmicamente sul tavolo, le due borse che apre e chiude riempiendole di oggetti spazzatura, costituiscono un “biglietto da visita” con cui il bambino si presenta. Noi accogliamo queste attività senza mezzi termini perché esse costituiscono un abbozzo di costruzione simbolica attraverso la quale il bambino tenta, pur senza riuscirci, di rappresentarsi. Ci agganciamo inizialmente al suo lavoro, gli facciamo eco perché da un luogo Altro ci sia una risposta al suo lavoro finora solitario e degli se ne possa incuriosire. In un secondo tempo cerchiamo di inserirci proponendo piccoli cambiamenti. Il lavoro iniziale si complica poco a poco, si allarga e si arricchisce in una costruzione che rappresenta un mondo in cui egli può trovare il suo posto. (2)

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(1) Le sillabe con cui il nipotino di due anni di Freud accompagnava il lancio del rocchetto fuori dalla sponda del suo lettino, scandendone così l’assenza e la presenza. Attraverso questo gioco, diventato poi paradigmatico, il piccolo Ernst realizzava simbolicamente l’assenza della madre.

(2) M. Egge, C. Mangiarotti, "Autismo", in Scilicet Parvenze e Sintoma, numero speciale di Attualità lacaniana, Rivista della Scuola Lacaniana di Psicoanalisi, 10/2009, p. 57.