Quasi due anni fa ormai, il 23 marzo 2012, eravamo qui riuniti per ricordare Martin. Ringrazio la Fondazione Querini Stampalia che ancora una volta ci ospita. Il titolo di quell’incontro: “Un passo avanti, sorpresi ma non spiazzati dal bambino autistico”, riprendeva le parole che spesso Martin ripeteva ai suoi operatori dell’Antenna 112 Opere Riunite Buon Pastore, l’istituzione da lui fondata di cui era il direttore terapeutico. Stare un passo avanti al bambino autistico per avere la possibilità di farsi sorprendere ma non di farsi spiazzare, sempre pronti ad accogliere le sue trovate ma anche, a non farci trovare impreparati di fronte alle sue difficoltà. Parole che sono evocatrici di uno stile rispettoso della particolarità e della soggettività di ognuno. Un approccio all’autismo quello di Martin, basato sulla centralità del soggetto nella psicoanalisi lacaniana, sulla capacità di accogliere il bambino autistico e di farsi insegnare da lui che caratterizzavano il suo modo di lavorare, sull’esperienza dell’Antenne 110 di Bruxelles fondata da Antonio Di Ciaccia che è stata una scuola per lui e per tutti noi. La Fondazione Martin Egge Onlus si pone l’obiettivo di tutelare e diffondere questa modalità di accostarsi ai soggetti autistici.

Gli psicoterapeuti che operano presso la Fondazione, Silvia Cimarelli e Nicola Aloisi, oltre a me, accolgono i bambini e gli adolescenti affetti da autismo, sindrome di Asperger e da sindromi da alterazione globale dello sviluppo psicologico, che possano trarre vantaggio da un trattamento ambulatoriale, vale a dire la cui gravità non sia tale da esigere un ambiente terapeutico residenziale. L’obiettivo è quello di sostenere un approccio relazionale per potenziare le capacità espressive e comunicative di ogni soggetto e di permettere ad ognuno, insieme ai genitori, di elaborare un proprio percorso.

Ogni essere umano raggiunge la posizione di soggetto in relazione all’Altro, rappresentato alla nascita dalla madre e dal padre e, in seguito, anche dal mondo esterno. Nei bambini autistici c’è stato un blocco in questo percorso che ha impedito loro di fidarsi dell’Altro, come normalmente avviene, e li ha spinti a chiudersi in un mondo a parte in cui contano solo su se stessi. Se questi bambini non vogliono saperne dell’Altro, essi sono tuttavia nel campo del linguaggio e questo ci offre una chance di poterci affiancare a loro. Ma come fare perché il bambino possa fidarsi di noi? Con le parole di Martin, “che partner esige un bambino autistico? Non quello che fa tutto quello che il bambino vuole o che addirittura lo anticipa, ma esige un Altro che faccia da garante. Garante vuol dire essere molto docile, che i bambini sentano che siamo al loro passo, che ci dimostriamo interessati alle loro trovate […] o che, quando loro cominciano a stare bene, siamo anche disponibili a farci prendere in giro. Per loro è un po’ come metterci tutti giù per terra, non siamo così pericolosi perché siamo anche noi dei poveracci e allora non devono avere paura”[1].

Normalmente il bambino è inserito in un processo in cui l’apprensione del linguaggio, che avviene tramite l’Altro, ha un’incidenza sul suo corpo. Il bebè inquadra il mondo e i suoi oggetti in un rapporto con l’Altro, è attraverso lo sguardo dell’Altro che riconosce la propria immagine allo specchio e può dire: quello sono io. I bambini autistici spesso, da piccoli, non si riconoscono allo specchio. Anche la voce, intesa come il punto da cui noi esprimiamo la nostra soggettività parlando, ha subito un’alterazione per il bambino autistico che spesso non parla ed è disturbato dalle voci altrui. L’Altro di cui il bambino diffida ha un effetto invasivo su di lui.

Al posto dello specchio che non funziona, lo specchio attraverso il quale il soggetto potrebbe avere un corpo, c’è una sorta di bolla di protezione in cui si rinchiude. Il soggetto non ha immagine corporea ma ha la sua capsula che gli permette di difendersi dall’Altro. Come spostare questa “neo-barriera”, come la definisce Éric Laurent[2], come introdurre qualcosa che faccia artificialmente funzione di limite, di bordo? L’incontro con il linguaggio ha perturbato il corpo dell’autistico e ha lasciato dei resti. Quando diciamo che cominciamo dal biglietto da visita che il bambino ci porta, significa che cominciamo con questi resti che possono essere un battito, oggetti presi dalla realtà, lettere, pezzi di corpo. Come scrive Martin: “L’operatore deve essere capace di cogliere al volo le sollecitazioni del bambino, agganciandosi inizialmente a quello che chiamiamo il suo ‘biglietto da visita’. Ogni bambino si presenta infatti con qualcosa di particolare: due borse, una serie di mollette, una bambola, delle musicassette, una carta geografica dell’Europa o anche semplicemente il proprio corpo”[3].

Man mano che si allontana dal corpo, l’oggetto costituito da questi resti, l’oggetto “complemento” del bambino, può prendere forma. Temple Grandin, un’autistica di alto funzionamento autrice di diversi libri, ci è riuscita attraverso la “macchina stringitrice”, un congegno da lei inventato osservando come le mucche si tranquillizzassero quando venivano strette ai fianchi in un certo passaggio che le immobilizzava per le vaccinazioni. Tale apparecchio, applicato a se stessa, la pacificava, dava una forma allo sguardo e al suo corpo. In un secondo tempo Temple Grandin ha trasformato quello strumento ad uso personale in macchine zoologiche attraverso le quali ha potuto entrare in uno scambio sociale affermandosi nel campo della zootecnia.

Nel lavoro con questi bambini possiamo interagire con loro per aiutarli a dare forma ad un oggetto che ha una funzione di bordo e si articola al corpo. La mediazione che ci consente di accostarsi a loro aldi là di ogni reciprocità immaginaria è l’oggetto complemento con cui il bambino si presenta.

Tra i bambini e i ragazzi che seguiamo diversi hanno una diagnosi di Asperger o autismo ad alto funzionamento. Hans Asperger, il medico austriaco che ha dato il nome alla sindrome, sottolineava già all’epoca, nel 1944, la necessità di potenziare le abilità particolari che spesso i bambini dimostrano. Voler conservare la propria particolarità e voler essere considerati “normali” dagli altri è un tratto che caratterizza questi bambini e ragazzi che difendono strenuamente la loro posizione, rifiutandosi di essere aiutati perché convinti di non averne bisogno. In questi casi il lavoro con i genitori diventa tanto più importante e, insieme al lavoro con la scuola, ci permette di aggirare il problema.

Il lavoro con i genitori è di fondamentale importanza per sostenerli e rilanciare il desiderio che si possa fare qualcosa con il loro bambino, che ci siano delle possibilità di miglioramento. Spesso i bambini autistici sono tirannici. I genitori si trovano a dover decidere tra l’alternativa di lasciar fare al bambino quello che vuole, con la conseguenza che si isola sempre di più e non socializza, o imporsi, rischiando scenate che spesso sconsigliano questo partito. Nostro compito è affiancare i genitori per aiutarli a elaborare una strategia che consenta loro di uscire dall’impasse.

Ma i genitori non sono solo la madre e il padre di un bambino ma hanno le loro difficoltà come persone e come tali riteniamo debbano essere accolti, non per fare una terapia, ma per trovare un luogo d’ascolto.

Tutti i bambini e i ragazzi che noi seguiamo frequentano il normale orario scolastico, quasi sempre con l’ausilio di un insegnante di sostegno, vale a dire che trascorrono a scuola la maggior parte della loro vita. Per questo quello che fanno da noi rischia di non essere incisivo se il nostro lavoro non è accompagnato da uno stretto contatto con la scuola dove quasi sempre il loro inserimento presenta serie difficoltà.

La posizione di ascolto verso l’Altro è la premessa necessaria all’apprendimento richiesto dalla scuola. Una premessa che è in netto contrasto con la posizione di grande diffidenza verso l’Altro che caratterizza i bambini autistici e che non li dispone ad apprendere. Questa evidente contraddizione in cui questi bambini si trovano rispetto a quello che la scuola richiede, può avere delle conseguenze importanti di chiusura e di aggressività verso se stessi e verso gli altri, di fronte a richieste che essi non comprendono e verso le quali frappongono una barriera. Per superare questa impasse, è fondamentale che insegnanti e educatori sappiano farsi guidare dal bambino senza imporsi, affinché non si chiuda sempre di più o diventi una macchina che fa le cose automaticamente per rispondere alle richieste dell’adulto, ma possa fare propria un’esperienza, un apprendimento. Il primo obiettivo da raggiungere con i bambini autistici è la pacificazione che si ottiene creando un’atmosfera in cui il bambino possa stare bene e non ci sia pressione su di lui, in cui il bambino non sia sottoposto a tensioni. Con le parole di Martin Egge:

“Farsi partner del bambino autistico significa saperci fare con il proprio stile, con il proprio senso dell’umorismo, con i propri interessi, con il proprio corpo, mettersi in gioco e assumersi la propria responsabilità in prima persona, lavorare in prima persona considerando però che ognuno non è senza l’altro.  Questo vuol dire anche sapersi destituire dal posto di unico partner del bambino autistico facendo entrare anche altri come partner, come ‘terzo’, in un gioco di scambio che mette in moto una catena, che mette il bambino in movimento tra desiderio e desiderio, in una rete creata dai significanti che rappresentano il desiderio dei suoi partner.”[4] Questa modalità di accostarsi al bambino, detta pratica à plusiéurs, può essere applicata anche nella scuola.

Se nel panorama della scuola italiana l’applicazione all’autismo delle tecniche cognitivo comportamentali sembra essere dominante, la Fondazione ricerca spazi nelle sue maglie organizzative per approcci relazionali che si discostano dal modello unico previsto dalle linee guida per il trattamento dell’autismo. Per questo la nostra attività si rivolge a progetti atti alla formazione e alla supervisione degli insegnanti e degli operatori scolastici, come il corso che abbiamo tenuto presso l’Istituto Marco Foscarini di Venezia. Il corso che ha avuto inizio, nel 2007, coordinato da Martin Egge, e ha prodotto un libro Il mondo visto attraverso una fessura. A scuola con i bambini autistici, scritto insieme ad insegnanti e operatori scolastici, è attualmente sospeso per mancanza di finanziamenti.

La Fondazione infine, lo dico per ultimo ma per noi è un punto molto importante, rivolge particolare attenzione alla scuola materna e agli asili nido, per attuare progetti che prevedano il coinvolgimento a più livelli di bambini, educatori e genitori. Nella prima infanzia, è tanto più evidente una modalità secondo la quale i bambini autistici ripetono incessantemente lo stesso battito – ad esempio con un bastoncino, un pennarello o con il loro corpo - o maneggiano un oggetto in due tempi nell’accendere e spegnere le luci, aprire e chiudere le porte, aprire e chiudere i rubinetti dell’acqua. In questo movimento il bambino si autocura perché la ripetizione ritmica diminuisce l’angoscia. Nel mettere in gioco la struttura elementare del simbolico il bambino da solo non riesce però a trasformare questa forma di alternanza, a iscriverla a livello simbolico. Qui, su questa soglia, l’operatore che riesca delicatamente ad inserirsi nei movimenti ripetitivi del bambino, con il suo desiderio e la sua prontezza ad accogliere ogni minimo segno in cui il soggetto si possa manifestare, può produrre risultati insperati.

Abbiamo bisogno di partner, pubblici o privati, che ci aiutino a realizzare una sinergia pluridisciplinare con interlocutori provenienti da orizzonti multipli, dal mondo della scuola a quello della sanità, indispensabile all’attuazione dei nostri progetti.


[1] C. Mangiarotti, a cura di, Il mondo visto attraverso una fessura. A scuola con i bambini autistici, Quodlibet, Macerata 2012, p. 29.

[2] É. Laurent, La bataille de l’autisme, Navarin, Paris 2012.

[3] M. Egge, La cura del bambino autistico, Astrolabio, Roma 2006, p. 94.

[4] M. Egge La cura del bambino autistico, cit. p. 121.