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I genitori di G.

Con sguardo aperto e diretto, costruiva immancabilmente un Dialogo continuo privo di ostentazione di certezze e ricco di rispetto. La razionalità, la scienza, la teoria lasciavano interamente il posto al comportamento, alla qualità della relazione, al catturare l’ “Essere” in quel luogo e in quell’istante: l’incontro non appariva una terapia automatica e forzata (“come sta? è sereno?... allora penso che potremmo vederci un paio di volte al mese..”) quanto una fortunata occasione di chiacchierare tra amici. 
Lo scambio di informazioni, e preoccupazioni, sembrava perciò leggero (senz’ombra però di scherzo o ironia, per la piena consapevolezza che di ansie e sofferenze vere si trattava) e “spontaneo”, essendo retto da una genuina e profonda attenzione all’Altro e alla sua soggettività unica, preziosa, irripetibile (lo Spirito e, forse, l’Anima ma anche la concretezza corporea degli interessi); ripensandoci oggi, “a freddo” e a distanza di tempo, dietro quella spontaneità e quella, così carica, sete di conoscenza potremmo riconoscere una magistrale applicazione della sottile tecnica maieutica, a partire dalla brachilogia, il fitto conversare attraverso brevi e dense domande e risposte. 
L’umiltà dell’esplorare, il “sapere di non sapere”, nel caso dell’Autismo appaiono persino un comportamento obbligato, di semplice buon senso, e ferisce, cercandovi lumi nel mare di internet, scoprirvi sofisti che tacciano di “follia” i tentativi psicanalitici, sofisti che appaiono (pur legittimamente) più sensibili a ricercare, di quella particolare patologia definita ‘Sindrome di Asperger’, le presunte cause che non a porsi il problema di come curarne, efficacemente (e non solo nell’ottica più superficiale dell’addestramento comportamentale e della “limitazione del danno”), gli effetti. Martin Egge, è vero (almeno per quanto possiamo noi testimoniare...), metteva in secondo piano, fino a dare l’impressione di trascurare, la ricerca delle cause (fisiche? psichiche?... comunque, per quanto abbiamo potuto constatare, non ha mai addebitato responsabilità a madri, genitori...): a nostro avviso non è che non gli interessasse di scoprirle, ma lasciava ad altri l’approfondimento della questione e l’augurabile scoperta; piuttosto si concentrava sullo studio, a fondo, dei sintomi, in modo che, nell’assenza di una qualche tecnica di prevenzione, si potesse invece fronteggiare il fenomeno agendo in età più precoce possibile e nei modi auspicabilmente più fruttuosi (essendo assodato che nessuno può attualmente esibire un percorso conclusosi con la cosiddetta ‘guarigione’... sempre che un tale, suggestivo e taumaturgico, termine possa essere ancora spendibile quando si stia considerando il complesso e discutibile tema del “benessere psichico”). 
“Fronteggiarla” come? Non insegnando ma aiutando. Ovvero cercando di fare in modo che il soggetto prendesse il prima e il più possibile coscienza delle proprie potenzialità e capacità peculiari, coltivasse in modo specializzato e quasi esclusivo gli interessi verso cui si sentiva portato, acquistasse fiducia in se stesso conseguendo risultati (anche se non di assoluta eccellenza) che gli procuravano piacere personale e, possibilmente, riconoscimento sociale, un ruolo per il quale convintamente auto-stimarsi e venire stimato, e non semplicemente venire “accettato” in quanto “diverso” o “disabile”. 
Perciò, attenuando nel soggetto assistito l’obbligo di omologarsi agli Altri per trovarsi/sentirsi inserito nella Comunità, l’aiuto consisteva nel favorire una sicura (orgogliosa?) coscienza della propria specificità (più che della “diversità”, essendo essa, sino a un certo grado di compatibilità sociale, non solo irrilevante nella sua scontata “normalità” ma persino da preservarsi...), senza dar troppo peso al fatto che tale individualità fosse dipesa o fosse generata non solo da “libero arbitrio” ma, anche, da misteriose distorsioni percettive e si potesse tradurre in scelte e reazioni, anche, non del tutto volontarie e consapevoli. 
Certamente egli non si (ci) nascondeva anche i rischi e le asperità di questo ipotetico cammino, soprattutto in quanto da compiersi, forzatamente (imparando ad accettare la “solitudine” non come limite o, peggio ancora, come colpa o dannazione), in una Società sempre più standardizzata, caratterizzata da strumenti di misura e riti collettivi più attenti a grandi numeri e medie quantitative che non alla qualità e alla preziosità della singola persona, valorizzabile come risorsa per Tutti. 
Martin Egge appariva perciò sinceramente interessato (e forse affascinato) dall’eccentricità, dall’assoluto rigore, dalla mancanza di elasticità mentale (e dunque di capacità di ipocrisie e di compromessi) del soggetto-Asperger cogliendone probabilmente la “scandalosa” testimonianza di tensione e proiezione verso la Perfezione e di fedeltà ai Valori morali e alla Legge che, d’altro canto, la stessa Società, a parole, propaganda e, nei fatti, spesso contraddice. 
Si rendeva certamente anche conto dei rischi e della sofferenza che tale testimonianza comportava ai suoi “piccoli amici” sperimentando essi nel quotidiano forme più o meno accentuate di isolamento, rifiuto, stress e incomprensibili violenze (derivanti da un malinteso ed estremizzato ambiente concorrenziale che spesso trascura il valore della cooperazione e della solidarietà), provando delusioni e vere e proprie angosce derivanti dalla mancata comprensione dei ‘segni’ e dei ‘patti’ che contraddistinguono il vivere civile, bisognoso certamente anche di mediazione, malleabilità mentale, tolleranza, accettazione del limite e dell’imperfezione, e su questo - immaginiamo - avrebbe cercato negli anni futuri di lavorare, di capire. 
Si rifiutava dunque, certamente, di considerare la sindrome (almeno sino a quando non fossero emersi gravi episodi di perdita di controllo come disperazione, furia autodistruttiva o altro) mera ‘disabilità’, da tenere a bada attraverso l’apprendimento (o l’inculcamento) di comportamenti prescrittivi utili a “sopravvivere” entro le logiche della massificazione. D’altro canto pareva aver chiaro che proprio il preteso ordine dell’attuale società globalizzata, le sue presuntuose regole economiche, stanno finendo per generare o fare emergere nuove ansie e devastazioni nell’equilibrio psichico ed emozionale delle persone definite “normali”, per cui il problema di ritrovare nuovi punti di equilibrio e armonia, sia individuale che sociale, appare sempre più un problema aperto e diffuso, fino a interrogarci e coinvolgerci tutti. 
Il Dottor-Egge aveva basato il suo operare sull’attenzione alla fluidità e alla sorpresa del vivere; sull’inconcludenza, intesa come necessità continua di ricercare, esplorare, osservarsi, modificarsi, correggersi, non dando mai nulla per acquisito o perso per sempre; indicava, per sé e per gli altri, un ideale di eudemonia, di felicità possibile perseguendo l’armonia con se stessi, senza badare eccessivamente a confrontarsi sugli altri, e impegnandosi a individuare e a realizzare innanzitutto la propria essenza, “ciò che si è nati per fare”. Su questa forza non egoistica del Bene, coerentemente rappresentata da uno sguardo sempre sereno e sorridente, dal contatto fisico di un abbraccio protettivo, da parole mai incattivite o esacerbate e “contro”, basava probabilmente anche la sua personale fiducia che una Civiltà migliore era realizzabile prefigurando forme riformate di convivenza (anche a scuola, in classe...) più sensibili nelle relazioni e raffinate nelle dinamiche, arricchite delle “diverse”, originali, abilità di ciascuno. Il suo orizzonte politico e operativo non ammetteva perciò, certo, il darwinismo, inteso tanto come rotta finalizzata al successo/salvezza del più forte che come induzione/invito a un camaleontico adattamento, a una forzata mediocrità. 
Probabilmente ne sta ora discutendo da qualche parte e in qualche tempo con Socrate, come tra amici ritrovati, in Pace (ma non troppo annoiandosi, speriamo trovando ancora e per l’eternità appigli di contraddizione). E’ invece sicuro che entrambi si trovano nella beatitudine dell’incrollabile certezza di “non sapere”.